Previdenza: quale sostenibilità per il sistema pensionistico pubblico?

Previdenza: quale sostenibilità per il sistema pensionistico pubblico?

Un’analisi della previdenza in Italia

Come ormai noto a molti, il sistema di previdenza obbligatoria dispone il pagamento delle pensioni tramite l’INPS, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. 

Come si finanzi il sistema è argomento sicuramente meno noto, ma non per questo marginale: solo capendo, infatti, le debolezze del cd. “primo pilastro“, il sistema pubblico di erogazione delle pensioni e la sua scarsa “sostenibilità” prospettica per le generazioni future, è possibile trarre le giuste considerazioni circa l’importanza assolutamente cruciale del tema (troppo spesso) trascurato, della previdenza complementare

Secondo i dati del Rapporto “Welfare, Italia” la spesa pensionistica nazionale rappresenta più della metà della spesa complessiva in welfare. Essa ha un peso percentuale di gran lunga superiore alla sanità, che incide per circa un quinto, e delle politiche sociali, che pesano addirittura meno del 20%. Inoltre, secondo analisi raccolte dal Sole 24 Ore qualche giorno fa, la spesa pensionistica pubblica assorbirà risorse consistenti almeno fino al 2042 per poi invertire rotta a scendere intorno al 2070, soltanto col venir meno delle fiorenti pensioni concesse negli anni ’80, in pieno sistema retributivo

Nonostante questo, la previdenza complementare resta ancora lontana dalle preferenze degli italiani, che risultano essere molto più propensi ad iscriversi a forme di sanità integrativa che di previdenza. Complice non solo la spinta pandemica, ma in via generale e già da tempo, in quanto la salute è percepita come un problema più “urgente” rispetto alla pensione, che ad uno sguardo improvvido interesserebbe semplicemente il “domani“. 

Tornando al meccanismo di finanziamento pubblico delle pensioni, si tratta di un “sistema a ripartizione”. Ovvero la pensione di chi – oggi – non lavora è pagata tramite il contributo di chi – oggi – invece sta ancora lavorando. Tale contributo, dunque, viene obbligatoriamente versato alle casse dell’ente previdenziale da parte di ogni lavoratoreattivo” proprio per questa finalità, affinché si crei una sorta di equilibrio transgenerazionale, tale da assicurare un’uguaglianza tra entrate ed uscite, ovvero tra contributi e pensioni. E’ un po’ come se il “lavoratore di oggi”, versando il suo contributo, pagasse il prezzo per l’acquisizione di un suo diritto futuro, quello di ricevere anche lui un domani la sua pensione.

Il problema della previdenza

Il problema, allora, dove è? A primo impatto sembrerebbe tutto congegnato alla perfezione, ma c’è qualcosa di molto importante di cui tenere conto, ovvero il fattore temporale. Tale equilibrio, infatti, può funzionare in un arco temporale di breve periodo, a causa di una serie di cambiamenti, demografici e occupazionali, che rendono lo scenario mutevole già sotto i nostri occhi. Basti pensare che durante il dopoguerra, periodo glorioso del boom economico, erano molti di più i lavoratori attivi rispetto ai pensionati, in un rapporto di circa 7 a 1. Inoltre, vista la minore durata della vita media, gli anziani pensionati ci lasciavano anche prima, “gravando” per meno tempo sulle casse dello stato. 

Se spostiamo ad oggi il ragionamento, vediamo già che per ogni attuale pensionato abbiamo circa 2,4 lavoratori attivi. Gli attivi però si riducono ad 1,4 se ci proiettiamo intorno al 2050. Questo perché, come emerge dagli studi sugli andamenti demografici, mentre la categoria dei giovanissimi resterà in proiezione più o meno invariata, la vita media è oggettivamente più lunga. Ciò andrà ad impattare sull’aumento del numero di pensionati e sulla riduzione della forza lavoro. Tutto ciò alla luce anche della crisi occupazionale che già da anni affligge il mercato del lavoro.

Quali rimedi dalla politica?

Per porre rimedio a questa situazione, negli anni la politica è ricorsa all’utilizzo di alcune grosse leve finanziarie, sintetizzabili in tre principali correttivi al sistema: 

1) abbassare l’ammontare delle pensioni 

2) aumentare i contributi

 3) aumentare l’età minima della pensione, in un sottile gioco di calibrazione che funga da via di mezzo tra le due precedenti possibilità. 

Storicamente queste leve sono state tutte utilizzate nel tempo, di pari passo ai numerosi interventi macroeconomici, come l’aumento delle tasse o del debito pubblico ed alle numerose riforme del sistema previdenziale. Queste ultime, dagli anni ‘90 in poi, hanno impattato pesantemente sul sistema pensionistico pubblico (vedasi la riforma Amato, Dini, Maroni, Prodi, Fornero).

La conseguenza inevitabile di questo scenario è il generale abbassamento del cd. “tasso di sostituzione”, ovvero il rapporto tra l’ultima retribuzione percepita e l’assegno della prima pensione, passato dall’80% al 60% circa.

Per concludere, non ci resta che cominciare sin da subito a pensare in prospettiva. Essere previdenti oggi vuol dire non ritrovarsi sprovveduti un domani, soprattutto in giovane età, quando il momento della pensione appare ancora lontano… Insomma, come diceva John F. Kennedy “the time to repair the roof is when the sun is shining”!

Di Ornella Fortino, studiosa di previdenza complementare

Profilo Linkedin Ornella Fortino: https://www.linkedin.com/in/ornella-fortino-0121b013b/

Redazione