PASQUAELEONORA MORAMARCO – CHIUDI GLI OCCHI – Processo allo sguardo

Al Teatro Edoardo De Filippo – Officina Pasolini in scena  lo spettacolo “Chiudi gli occhi”-processo allo sguardo diPatrizia Zappa Mulas regia di Marco Iermanò. Sorpresi ve ne parliamo. 

Ameneh studia ingegneria elettronica a Teheran. Lo sconosciuto Majid Movahedi si innamora di lei e la chiede in moglie. Lei rifiuta, lui la aspetta alla fermata dell’autobus e  le lancia una bottiglia di acido solforico sul viso, accecandola. La storia fa il giro del mondo perchè Ameneh porta a processo il suo aguzzino appellandosi alla Shari’a, la legge del taglione e ottiene il diritto di accecarlo a sua volta. La storia è raccontata dal punto di vita di quell’Europa che si misura con l’incubo della violenza tra i sessi. Tre attivisti preparano un ricorso alla corte di Ginevra per fermare l’esecuzione a Tehran palleggiando torti e ragioni e trovandosi uno contro l’altro per fermarla.

Incontriamo l’artista e scenografa Pasquaeleonora Moramarco, in arte Moramora, classe 1996 e talento da vendere esploso dall’Accademia di Belle Arti di via Ripetta fino alla Scala di Milano.

Perchè hai scelto di fare questo progetto?

“Chiudi gli occhi” mi è sembrato un grande progetto sin dall’inizio. Uno di quelli che meritano un’attenzione particolare e una spropositata devozione all’ascolto.

Quando Marco Iermanò mi ha chiamata, erano chiari da subito l’intento e l’intensità con cui voleva portare in scena questo spettacolo. E la sua stima nei miei confronti è sempre troppo alta. Non ho potuto dirgli di no.

Cosa ti ha colpito di questa storia e come hai reso questa suggestione in scena?

– Questa storia ha una potenza disarmante. Ricordo che una delle primissime suggestioni mi è arrivata come una visione. Un chiaro rimando alla pelle di Ameneh. Immaginavo la sua pelle sciogliersi in elementi scenici e mi sono sentita anch’io bruciare all’idea. Lavoro spesso con la plastica, con la possibilità di recuperarla e tradurla in altro, e la scenografia me lo permette. Questa volta, con quello che dall’esterno è stato visto come un pensiero creativo alla Burri, ho agito guardando e respirando l’elemento trasformarsi. Fondersi e decomporsi a quella che mi è sembrata -da subito- un’ottima scelta possibile per una pièce di questo tipo. Dove ogni elemento simbolico, però, può diventare un’arma a doppio taglio. 

Volevo mantenere un equilibrio e restituire uno spazio che non snaturasse l’opera ma permettesse al regista di mettere in scena dialoghi molto complessi senza intralci scenici, in un luogo-non luogo come descritto dall’autrice, che parla di uno spazio vuoto senza quinte o di un palazzo alla deriva.

Spero che la nostra interpretazione possa coinvolgere lo spettatore fino a disturbarlo. Siamo pur sempre a teatro, dove si scuotono gli animi e si guarda la vita. Quella vita spesso cruda e crudele che qui più che mai, è realtà.

Dall’ Accademia di Belle Arti alla Scala di Milano come è stato?

– Eh grande domanda questa. Quando sono stata selezionata all’Accademia del Teatro alla Scala, ricordo che parlavo di me in terza persona. Lo racconto sempre così, stentavo a crederci. 

Il Teatro alla Scala è l’emblema di un artigianato esemplare e di una tradizione secolare: il quotidiano nei Laboratori, le produzioni nazionali e internazionali, professionisti animati dalla mia stessa passione…sono stati il sogno che non sapevo di avere. 

Come di qualsiasi esperienza, ne ho colto il meglio e il peggio. E ne ho fatto tesoro. Lì ho conosciuto persone straordinarie che porto nel cuore. I loro gesti e i loro sguardi fanno ormai parte di me.

Cosa consiglieresti a una giovane che vuol fare il tuo stesso lavoro?

– Di pensare in grande. Di tendere all’irraggiungibile.