I CAVI SOTTOMARINI: INFRASTRUTTURA CHIAVE PER INTERNET E LA SICUREZZA DEI DATI

I CAVI SOTTOMARINI: INFRASTRUTTURA CHIAVE PER INTERNET E LA SICUREZZA DEI DATI

E’ la rete dei cavi sottomarini, diffusa in tutto il mondo, che consente a internet di funzionare.

Aspetto trascurato nel dibattito in corso sulla continuità dei servizi pubblici e la tutela delle infrastrutture strategiche in tempi di emergenza, ha tuttavia un’importanza essenziale per la nostra vita quotidiana, il commercio e gli scambi finanziari oltre che per la sicurezza delle nostre comunicazioni.

Il Professor Maurizio Mensi, membro dell’Organo di vigilanza sulla rete TIM, consigliere del Comitato economico e sociale europeo (CESE) e componente dell’Osservatorio CESE della transizione digitale e del mercato interno ne ha parlato con Stefano Cardini in occasione dell’articolo pubblicato sulla rivista The Good Life Italia lo scorso 16 dicembre 2020.

I nostri dati corrono lungo dorsali sottomarine, che sono il sistema nervoso del pianeta. Questo li espone a rischi?

La rete dei cavi costituisce la “colonna vertebrale” dell’internet globale, essenziale per il commercio e le comunicazioni internazionali. Si tratta di tubi in silice del diametro di un idrante da giardino protetti da una guaina protettiva, adagiati lungo le dorsali oceaniche che sono pericolosamente esposti al sabotaggio e ad altre manipolazioni.  

Se i cavi sottomarini fossero tagliati o interrotti il danno provocato alla vita e all’economia mondiale sarebbe devastante in quanto su di essi scorrono gran parte dei dati e delle comunicazioni.

Nel 2008 una nave che cercava di ormeggiare al largo delle coste egiziane ha tranciato un cavo, mettendo fuori uso il servizio internet per 75 milioni di persone in almeno tre paesi. Nel 2019 è stata un’ancora trascinata lungo il fondo dell’oceano a causare un blackout a Tonga, costringendo gli abitanti dell’isola, le imprese, le agenzie governative e i turisti ad affidarsi al collegamento satellitare fino alla ripresa del regolare servizio. All’inizio del 2020 lo Yemen e i suoi cittadini, così come l’intera regione del Mar Rosso, hanno avuto una connessione di rete molto lenta in seguito alla rottura di un cavo sottomarino.  

Il problema è soltanto militare o anche politico e democratico? 

L’accesso ai dati e la capacità di proteggerne l’integrità sono vitali per la sicurezza e il nostro vivere quotidiano. Mentre il 5G e l’intelligenza artificiale sono destinati a trasformare le nostre società in reti altamente integrate, lungo le dorsali oceaniche scorre un ininterrotto flusso di dati di cui è necessario garantire integrità e protezione. Senza i circa 750.000 chilometri di cavi che attraversano gli oceani, le nostre società interconnesse e guidate dal digitale non sarebbero in grado di funzionare. I cavi sottomarini rendono possibili comunicazioni istantanee, trasportando circa il 95% del traffico dati e voce che attraversa i confini internazionali e consentono lo svolgersi dell’economia globale mediante le transazioni finanziarie che si svolgono tramite questi cavi.

Il rapporto dell’”Information Technology & Innovation Foundation” dell’aprile 2019, dedicato a ”Submarine Cables: Critical Infrastructure for Global Communications” di Dough Brake è illuminante al riguardo: illustra in modo approfondito l’importanza di cavi sottomarini per le reti interconnesse globali.

Cosa fare allora per proteggerli? 

Come evidenzia il Comandante Peter Barker, della Marina britannica nell’articolo “Undersea cables and the challenges of protecting seabed lines of communication” del 15 marzo 2018, la strategia di protezione dei cavi sottomarini non può dipendere unicamente dall’azione militare: nessuna flotta potrebbe sorvegliare l’intera rete dei cavi, data la notevole estensione dell’area geografica interessata. 

Tuttavia si tratta di esigenza legata a minacce reali, non meramente ipotetiche, come aveva indicato alla fine del 2017 il contrammiraglio NATO Andrew C. Lennon, che aveva lanciato l’allarme su un’intensa e inusuale attività subacquea russa in prossimità dei cavi sottomarini dei paesi NATO, invitando ad aumentare il livello di attenzione. Eppure la necessità di assicurare la loro sicurezza identificando i potenziali rischi risulta un argomento piuttosto trascurato dal punto di vista strategico, a differenza di quanto avvenuto con la pirateria o gli attacchi informatici ai porti, per esempio. 

Occorre dunque intensificare la sorveglianza, rafforzare la cooperazione internazionale e concentrarsi sull’identificazione e l’intercettazione di navi e sottomarini in grado di interferire con la rete dei cavi, la cui manomissione peraltro non richiede tecnologie sofisticate, come evidenziato nel rapporto NATO del 23 aprile 2019 “Evolving security in the North Atlantic”.

Ecco perché la rete dei cavi può essere considerata la “nuova” frontiera della sicurezza globale, trattandosi di questione che riguarda la difesa nazionale e la tutela degli interessi strategici di ogni Stato coinvolto ma che al tempo stesso concerne anche il corretto funzionamento di internet, l’integrità dei dati e la regolarità delle comunicazioni. 

Dal punto di vista tecnico come funzionano?

Oggi i cavi sottomarini utilizzano la tecnologia a fibra ottica, per cui le informazioni sono codificate su onde di luce trasmesse dai laser attraverso sottili fibre di vetro e il loro utilizzo cresce in modo esponenziale per le applicazioni ad alta intensità di banda, come i video ed i servizi basati sul cloud. Questo ha comportato un aumento medio, negli ultimi cinque anni, del 26% della capacità disponibile, come segnala W. Nielsen nel 2019 in “Submarine Telecoms Industry Report, 7th Edition“.

La loro origine risale al 1850, quando il primo cavo fu posato nel Canale della Manica per consentire le comunicazioni telegrafiche tra il Regno Unito e l’Europa continentale. Nel 1858 l’invio di un messaggio attraverso l’Atlantico richiese quasi 18 ore. Oggi i cavi sottomarini più veloci sono in grado di trasferire dati alla velocità di 25 terabyte al secondo, più del doppio della quantità di dati generati ogni anno dal telescopio spaziale Hubble.

Si tratta per lo più di beni privati, piuttosto costosi (fra i 100 e i 500 milioni di dollari) seppur non quanto la loro alternativa via satellite, come dimostra il progetto avviato ad opera del consorzio industriale OneWeb Satellites, costituito dalle aziende Airbus e OneWeb, per un internet veloce basato su una serie di satelliti, chiuso anche a causa dei costi esorbitanti nel marzo 2020.

I cavi sono posati in mare ad una velocità massima di 200 km al giorno da navi specializzate, in grado di trasportare fino a 2000 km di cavi. Nelle aree offshore vengono adagiati direttamente sul fondo del mare mentre, sulla piattaforma continentale, una sorta di aratro viene utilizzato per interrarli e proteggerli dai danni accidentali, solitamente causati da ancoraggi.

Vi sono episodi critici recenti?

Il 2 luglio 2019 sono morti 14 marinai russi in seguito, pare, ad un incendio scoppiato a bordo del sottomarino AS-12 Losharik a propulsione nucleare, specializzato in immersioni abissali grazie alla sua peculiare struttura a batisfere interne. Al momento dell’incidente navigava nel Mare di Barents nei pressi di Murmansk ed era salpato dalla sua base di Gadzhievo, nella baia di Olenya, sede della 29° Brigata Sottomarina. Una cortina di silenzio è stata stesa ufficialmente dal governo russo sulla tragedia, che ricorda quella dell’agosto del 2000, quando a bordo di un altro sommergibile, il Kursk, che si inabissò, perirono 118 marinai o quella in cui persero la vita in 20 nel 2008, a causa di un incendio sul sottomarino nucleare Nerpa K 152.

Ma il caso del luglio 2019, a differenza degli altri, riguarda proprio i cavi sottomarini.

Varato nel 2003 e destinato ufficialmente ad attività di ricerca, salvataggio e operazioni militari, il Losharik (Norsub-5 per la NATO) è un sommergibile privo di armi ma che ha come missione precipua quella di sabotare infrastrutture subacquee e cavi marini. Il che ha indotto gli esperti a interrogarsi se l’incidente sia avvenuto appunto nel corso di tale azione. Sebbene la Russia abbia parlato genericamente di una “missione di ricerca scientifica sul fondo dei mari artici”, senza rivelare ulteriori dettagli, è possibile, o quantomeno plausibile che, date le capacità dell’AS-12, non sia estraneo un possibile piano per intercettare, o disturbare, le comunicazioni telefoniche e telematiche che corrono nei numerosi cavi sottomarini poggiati sulla pianura abissale nell’Oceano Atlantico.

D’altronde, nel dicembre 2018 Sir Stuart Peach, capo di stato maggiore della Difesa britannica, aveva evidenziato che la Russia rappresentava una grave minaccia per la NATO per le possibili azioni ai danni dei cavi sottomarini. E’assodato che i russi dispongano al riguardo di un notevole vantaggio: il Losharik è un sottomarino tecnologicamente avanzato che, grazie alla propulsione nucleare, può navigare a oltre mille metri di immersione e per lungo tempo, a differenza dei suoi omologhi occidentali. 

Insomma, assistiamo al perpetrarsi di una guerra che viene combattuta sotto gli oceani e la calotta artica e che ha un obiettivo apparentemente inusuale: i cavi sottomarini. Anche la Cina dispone della capacità tecnica di intercettare e tagliare i cavi.

Il rischio è rappresentato solamente dalla loro interruzione o i dati sono anche “trafugabili” o “manipolabili”?

I dati possono essere estratti dai cavi sottomarini sia durante il loro processo di produzione, con l’inserimento di backdoor per raccogliere informazioni, sia nei siti dove i cavi si collegano alle reti terrestri. I cavi possono anche essere intercettati in mare, anche se questa è un’operazione tecnicamente più complessa. 

Di per sé il cavo è vulnerabile, può essere facilmente individuato e danneggiato meccanicamente o mediante piccole cariche esplosive e può essere attaccato anche senza che sia violato fisicamente. Il New York Times riferì nel 2005 che il sottomarino USS Jimmy Carter era in grado di “inserirsi” nei cavi di comunicazione sottomarini e ottenere i dati che vi transitavano senza manometterli. Si teme che anche le navi russe Yantar, classificate come navi di ricerca oceanografiche, dispongano di tale capacità. Ecco perché, come rileva Gatter Hinck in LawFare il 5 marzo 2018, difendere la rete di cavi sottomarini non significa solo prevenire l’attacco fisico ma soprattutto proteggere i dati che vi transitano.

Oltre alla sicurezza dei cavi, esiste un problema legato alle tecnologie che li utilizzano: dai server alla crittografia?

La questione della sorveglianza e dello spionaggio, sia nel luogo di messa in posa del cavo sia in quello della loro connessione è tuttora aperta, con russi e cinesi che, in ambiti diversi, svolgono attività alquanto insidiose.

Ad oggi, i contenuti sensibili che viaggiano lungo i cavi sono per lo più protetti dalla crittografia tuttavia anche il solo accesso ai metadati può fornire informazioni potenzialmente appetibili.  A differenza dei sistemi più recenti, fino a poco tempo fa i sistemi sottomarini in fibra ottica non avevano una capacità di banda sufficiente a fornire spazio per l’uso di sistemi di crittografia di livello militare.

I sistemi di gestione delle infrastrutture di rete sottomarine prevedono un controllo centralizzato che crea notevoli rischi per la sicurezza e può costituire un obiettivo di pirati informatici e paesi ostili. 

Per la verità, rispetto alle reti terrestri i sistemi via cavo sottomarini hanno minori punti di accesso attaccabili. Quelli più vulnerabili sono costituiti dai Network Management Systems (NMS), relativi alle stazioni via cavo associate a ciascun sistema, dai Network Operation Center e dai portali di accesso remoto. Peraltro guardie armate sono di solito collocate a presidio dei punti di attracco e sono previste protezioni, quali zone di allerta, sorveglianza con droni e imbarcazioni, simili a quelle che si trovano nei Data Center. Se un cavo è danneggiato, un robot sottomarino recupera le componenti danneggiate così da poter riparare i pezzi in loco o su navi specializzate.

Giuridicamente, chi ha giurisdizione sui cavi e di conseguenza sui dati che vi transitano?

Ai sensi del diritto internazionale vigente è difficile proteggere i cavi sottomarini, soprattutto quando sono collocati al di fuori della giurisdizione di uno Stato. I trattati internazionali consentono ai paesi di posare, mantenere e riparare le infrastrutture fino a 12 miglia nautiche al di fuori delle acque territoriali. Sono previste anche sanzioni penali e civili per i danni dolosi o accidentali provocati ai cavi. Tuttavia l’attuale regime è lacunoso per quanto riguarda la loro protezione in tempo di pace e in tempo di guerra, come evidenzia il comandante Peter Barker, con l’analisi accurata contenuta in “The challenge of defending subsea cables” del 27 marzo 2018. A ciò si aggiunga che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 risale a prima che i cavi sottomarini assumessero il rilievo attuale.

Una delle questioni principali è quella di valutare se un attacco ad un cavo sottomarino, al di fuori della giurisdizione di uno Stato, si qualifichi come un “attacco armato” ai fini dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, consentendo l’uso della forza da parte di uno Stato per legittima difesa. Il Manuale di Tallinn 2.0 sulla legge applicabile alle operazioni informatiche stabilisce che gli effetti di un’operazione informatica debbano essere analoghi a quelli derivanti da un attacco cinetico “standard”. Ma la legge non è chiara su quando un’operazione informatica si configuri come un attacco armato.

La domanda che potrebbe porsi pertanto è la seguente: le conseguenze di una violazione di un cavo sottomarino sono sufficientemente gravi da qualificarla come un attacco armato? In caso di risposta negativa, gli Stati non avrebbero il diritto di usare la forza militare per difenderlo. Secondo il manuale di Tallinn la semplice raccolta di informazioni dai cavi sottomarini che trasmettono simultaneamente dati militari e civili non equivale di per sé ad un attacco. In ogni caso, la risposta è sempre soggetta ai principi di proporzionalità e precauzione volti a minimizzare il danno alla popolazione civile. Peraltro, data la varietà e la tipologia dei dati trasportati e i servizi potenzialmente interessati, la valutazione potrebbe essere alquanto difficile.

Come stiamo affrontando il problema a livello internazionale ed europeo?

Gli Stati Uniti sono in prima linea al riguardo, da tempo consapevoli delle delicate implicazioni relative alla protezione delle infrastrutture dei cavi sottomarini, qualificate come critiche e sensibili.

L’intervento di riparazione dei cavi è questione di sicurezza nazionale che non rientra solo nelle responsabilità commerciale degli operatori. Di qui la necessità di sviluppare un piano operativo pubblico-privato che comprenda una divisione dei compiti e delle risorse per la riduzione dei tempi di risposta in caso di interruzione o attacco.

Come suggerito in un rapporto del 2017 dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence nazionale USA, occorre che il diritto internazionale disciplini più compiutamente le infrastrutture sottomarine, compresa la loro protezione e la disciplina penale degli attacchi di cui sono oggetto.  

Serve poi il contributo dei privati per garantire la protezione delle infrastrutture. Società come Google, Microsoft, Facebook e Amazon, che possiedono o affittano quasi la metà della capacità sottomarina mondiale, dovrebbero accollarsi gli oneri della messa in sicurezza dei siti terrestri dei cavi così come degli investimenti in tecnologie in grado di rilevare lo spionaggio sottomarino. Inoltre, per ridurre o prevenire l’estrazione dei dati, tali società dovrebbero utilizzare solo le infrastrutture di fornitori affidabili e verificati, così da consentire ai proprietari dei dati trasmessi di conoscere il loro percorso sottomarino e le potenziali vulnerabilità.

A ciò è peraltro espressamente finalizzato il programma Clean Network, presentato dal Segretario di Stato USA il 5 agosto 2020, per proteggere e salvaguardare beni e infrastrutture strategiche, compresi i dati dei cittadini e le informazioni sensibili delle aziende, dalle intrusioni aggressive di attori malevoli. Il programma consiste in cinque linee di azione a tutela delle infrastrutture critiche, tecnologiche e di telecomunicazioni e fa seguito all’iniziativa 5G Clean Path, annunciata il 29 aprile 2020 e volta a garantire la sicurezza dei dati che viaggiano sulle reti 5G delle strutture diplomatiche USA. 

Una di tali linee di azione, Clean Cable, riguarda appunto i cavi sottomarini, che devono essere messi al riparo da sabotaggio e spionaggio di soggetti ostili quali il governo e il partito comunista cinese, a tutela della sicurezza nazionale, con il coinvolgimento di paesi amici partner commerciali. Finora più di trenta paesi e molte delle più grandi aziende di telecomunicazioni a livello internazionale hanno aderito all’iniziativa, impegnandosi ad utilizzare esclusivamente fornitori di fiducia. 

A livello OCSE il rapporto “Risk Management Policies, Good Governance for Critical Infrastructure Resilience” del luglio 2019 pone l’accento sulla cooperazione internazionale, fondamentale per fronteggiare i rischi e proteggere le infrastrutture critiche. Di qui la proposta di un “Policy Toolkit” basato su un approccio integrato basato su partnership tra governi e operatori privati.

Anche la Commissione europea si è mossa, il 24 luglio 2020, con il  nuovo “ecosistema di sicurezza” per il periodo 2020-2025, con quattro priorità strategiche di cui una relativa alle infrastrutture chiave, online e offline; in seguito, il 16 dicembre 2020 ha presentato la proposta di revisione della direttiva NIS sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi e della direttiva sulla resilienza delle entità critiche.

Ma la tutela della sicurezza nazionale, occorre ricordarlo, compete agli Stati, non all’Unione europea. Ecco perché spetta ad essi, in ultima analisi, assumere decisioni adeguate relative alle proprie infrastrutture critiche, compresi i cavi sottomarini.  

Di recente non più solamente l’Unione europea ma anche il Dipartimento di Giustizia americano ha messo nel mirino l’abuso di posizione dominante di Google. La proprietà dei cavi, nel tempo, è passata da telco, spesso di proprietà pubblica, a multinazionali private. Questo non pone un problema ulteriore e di tipo nuovo rispetto al passato?

Quale che sia la proprietà dei cavi, pubblica o privata, occorre che chi è preposto alla loro gestione rispetti le regole vigenti e assicuri i più elevati livelli di sicurezza, a protezione dell’infrastruttura e dei dati che vi scorrono. Date le delicate implicazioni di sicurezza nazionale, è inoltre necessario che vi sia un’attenta supervisione da parte delle autorità preposte, con la possibilità di ispezioni e interventi in via d’urgenza, se del caso. 

I cavi sottomarini sono prevalentemente di proprietà di consorzi di imprese di telecomunicazioni, che si associano fra loro per sostenere le spese e la loro costruzione è aumentata negli ultimi anni. Secondo il Submarine Telecoms Forum Report, nel 2017 sono stati stesi oltre 100 mila chilometri di cavi, più che nell’intero periodo 2014-2016.

A differenza di 20 anni fa, quando la maggior parte dei cavi è stata costruita da privati ​​che cercavano di rivendere capacità di banda a fini speculativi, gli investimenti odierni sono guidati per lo più dalle grandi società del web come Google, Facebook, Microsoft e Amazon. Dal 1990 sono stati investiti in cavi sottomarini circa 48 miliardi di dollari, dei quali la metà concentrati nelle Americhe. Si tratta di un’attività complessa, con rischi e modelli di finanziamento diversi rispetto agli altri progetti infrastrutturali.

Il modello più comune è il consorzio, con un gruppo di aziende interessate a raccogliere risorse per costruire il cavo e condividerne poi la capacità. Circa il 90 % dei finanziamenti in cavi sottomarini negli ultimi tre decenni proviene infatti da consorzi, per un valore di 43 miliardi di dollari.  Il secondo modello è quello delle banche multilaterali di sviluppo, come la Banca mondiale, che finanziano progetti sottomarini, soprattutto in paesi africani, offrono tassi di interesse più bassi, termini più flessibili e sono più indulgenti in caso di insolvenza. Il terzo modello di finanziamento è quello privato, con una società che sia in grado di coprire le spese di un cavo, per uso proprio o per rivendere ad altri la capacità. I cavi sottomarini offrono enormi economie di scala, quindi spesso vale la pena investire nella tecnologia ottica. 

Quali sono le società più presenti nel settore dei cavi sottomarini?

Ad oggi, le aziende che dominano il mercato internazionale della costruzione di cavi sottomarini sono Alcatel Submarine Networks di Alcatel-Lucent, con sede in Francia, la svizzera-statunitense TE SubCom di TE Connectivity, prima per numero di sistemi e chilometri di fibra posati e NEC Corporation, giapponese. Le società di comunicazioni sottomarine di piccole e medie dimensioni tendono a concentrarsi su progetti più piccoli nelle proprie regioni, con l’eccezione di Huawei Marine, il quarto maggior fornitore, che ha realizzato sei progetti negli ultimi anni, soprattutto in Africa.

L’area più intensamente sfruttata è lo stretto di Malacca, ove corrono più di una dozzina di cavi che collegano gran parte del traffico tra Asia, India, Medio Oriente ed Europa. Altri punti delicati sono lo stretto di Luzon (tra Taiwan e le Filippine) e il Mar Rosso.

Storicamente, la maggior capacità di cavi sottomarini (circa l’80 %) era utilizzata dai fornitori di backbone e traffico internet, ma – come rilevato – dal 2012 le cose cambiano e cresce la parte dedicata ai principali servizi cloud e ai provider over-the-top.

E’ questo il momento di Google, Facebook, Amazon e Microsoft, che aumentano significativamente gli investimenti a partire dal 2016 e che oggi sono proprietari o utilizzatori di più della metà della capacità dei cavi sottomarini. Secondo stime recenti, Google possiede circa l’8,5 % dei cavi sottomarini e il suo cavo più lungo, Curie (che prende il nome da Marie Curie), va dal Cile a Los Angeles. Google è proprietario unico di alcuni cavi ma partecipa a consorzi sottomarini con altre società. Un altro progetto di spicco è costituito dal cavo Jupiter, dagli Stati Uniti all’Asia, costruito in partnership da Facebook e Amazon. Questi ingenti investimenti hanno comportato il crollo dei prezzi della capacità sottomarina, che continuano a ridursi dal 25 al 28% circa all’anno.

Come Dough Brake rileva nel suo policy briefing, ci sono alcuni aspetti rilevanti nell’attuale scenario delle infrastrutture sottomarine: la rapida crescita degli investimenti basati sul cloud, l’espansione cinese negli acquisti e nelle forniture di reti e i conseguenti rischi per la sicurezza. 

La Cina è dunque un attore protagonista? 

L’attivismo della Cina emerge sia come fornitore, attraverso la società Huawei Marine, sia come acquirente tramite società di comunicazioni statali che comprano cavi in consorzio. 

Huawei Marine è una joint venture fondata nel 2008 tra Huawei al 51% e una controllata della britannica Global Marine Systems al 49 %, attiva in tutto il mondo, in particolare in Africa. L’azienda ha costruito o riparato quasi un quarto dei circa 400 cavi sottomarini del mondo. Nel 2019 Huawei ha venduto la sua filiale a Hengtong Optic-Electric, un produttore cinese di fibre e cavi, tuttavia la vendita non ha dissipato le preoccupazioni relative alla sicurezza nazionale in quanto il direttore e fondatore di Hengtong è un funzionario del governo cinese.

La rapida espansione delle aziende cinesi a livello globale, insieme alla dominanza di Huawei nelle reti wireless 5G e al quadro regolamentare al quale sono sottoposte, con la presenza costante del governo cinese, suscita più di qualche timore circa i possibili rischi per le vulnerabilità di sicurezza, la raccolta e il trasferimento indebito di informazioni critiche. Si tratta delle preoccupazioni per la sicurezza informatica ed i possibili rischi di spionaggio che hanno indotto l’intelligence australiana ad annullare il progetto di Huawei per collegare le Isole Salomone a Sydney. A ciò si aggiungono le contestazioni dei concorrenti secondo cui Huawei Marine avrebbe ricevuto sussidi dal governo cinese che le hanno consentito di vendere sottocosto e offrire incentivi per i contratti.

Vero è che diversi progetti a cui Huawei ha partecipato sono stati finanziati dalla Bank of China. Occorre peraltro rilevare che Huawei Marine ha una ridotta quota di mercato, focalizzata su progetti più limitati rispetto agli altri concorrenti, con circa 5.000 chilometri di cavi rispetto a TE SubCom, leader con quasi 80.000 chilometri negli ultimi cinque anni.

In generale le società cinesi partecipano anche a progetti di finanziamento con la China ExIm Bank, che finanzia diversi progetti nei paesi in via di sviluppo, a dimostrazione gli investimenti in infrastrutture costituiscono la cifra distintiva della strategia della Cina per espandere la sua influenza globale.

Il timore è che i cavi posati o riparati dalle società cinesi siano facilmente accessibili al suo governo, che potrebbe fare dell’interruzione dei cavi sottomarini un elemento della sua strategia militare. Lo scorso anno un think tank taiwanese ha segnalato che nelle prime fasi di un’ipotetica invasione cinese dell’isola l’esercito cinese potrebbe tagliare i cavi sottomarini di Taiwan, isolandola dagli Stati Uniti e dagli alleati regionali.

Il recente rinnovato accordo di intelligence tra i Five Eyes (Usa, UK, Canada, Australia, Nuova Zelanda) guarda a Oriente. È lì che si gioca la partita strategica più importante anche per l’Italia e l’Europa?

Senza dubbio. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato che la sua Commissione sarà focalizzata soprattutto sulla dimensione geopolitica. 

Nel dicembre 2019, la NATO, per la prima volta, ha evidenziato la necessità di affrontare congiuntamente la crescente influenza della Cina e le sue politiche internazionali nella sua Dichiarazione di Londra. Come indicato nella “Strategic Outlook” di EU-Cina del marzo 2019, la comunicazione congiunta della Commissione europea e dell’Alto Rappresentante, “l’equilibrio delle sfide e delle opportunità presentate dalla Cina” si è spostato e la rincorsa della Cina verso il predominio nelle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e il 5G causa crescente preoccupazione.  Il controllo delle infrastrutture sottomarine fa parte di una più ampia competizione strategica per i dati e sebbene la posa di cavi sottomarini sia di per sé un’attività commerciale, è anche uno strumento per ottenere preziose informazioni. 

In tal senso si inserisce in una strategia articolata che ha nella “Nuova Via della Seta” (BRI) uno degli elementi decisivi. Come preconizzato più di cento anni fa nelle teorie geopolitiche di Halford J Mackinder e Alfred Thayer Mahan, dietro all’iniziativa cinese BRI si intravedono chiari interessi strategici. Sviluppando la sua frontiera occidentale, la Cina sarà in grado di ridurre la dipendenza dalle zone costiere orientali per il suo sviluppo economico così da creare ulteriori aree per sostenerne la crescita.

La Cina mira a integrare più di 60 paesi e un terzo del PIL mondiale con la sua BRI, che può essere considerata come il tassello di una strategia volta ad assicurare sia le linee di comunicazione terrestri sia quelle marittime, salvaguardando gli approvvigionamenti energetici e diversificando le risorse economiche. L’investimento della Cina nella sfera marittima della BRI le fornirà le necessarie basi logistiche a supporto della sua futura strategia navale e dei suoi interessi strategici. E’ proprio ciò che Mahan aveva identificato come una delle variabili chiave in grado di sostenere la potenza marittima di uno Stato ed estendere la sua presenza geopolitica nel mondo.  

Ecco perché le preoccupazioni di Stati Uniti e Unione europea al riguardo sono più che giustificate. 

L’intervista, qui nella sua versione estesa completa, è stata rilasciata dal Prof. Maurizio Mensi in occasione dell’articolo pubblicato il 16 dicembre 2020 sulla rivista The Good Life Italia a firma Stefano Cardini.

Redazione